Riguardo alla ordinanza N.64 del 12 novembre 2009, prot. n. 36659 , in qualità di capogruppo di Insieme per Besana, mi sento di fare le seguenti osservazioni.
Non mi risulta che le scuole besanesi abbiano espresso la volontà di togliere i crocifissi da aule o altri locali: quindi le dichiarazioni del Sindaco Gatti rilasciate al Tg5 sono false.
È poco coerente che un sindaco che ha pubblicamente offeso una celebrazione religiosa (la processione del Santo Crocifisso in occasione della festa patronale di Besana dello scorso ottobre è stata gravemente disturbata dalla presenza delle giostre piazzate a ridosso della basilica) adesso si faccia dissennatamente pseudo-paladino proprio di quel simbolo che ha dimostrato di non rispettare.
È altrettanto incoerente che si ergano a neo difensori della fede coloro che annualmente celebrano strani riti pagani, dai matrimoni “celtici” alle ampolle d’acqua del Po, e insultano pubblicamente il cardinale della nostra diocesi quando invita al dialogo e al confronto.
Un Sindaco che conosce la propria comunità, prima di prendere decisioni così invadenti discute il problema con i Dirigenti e con gli organi Istituzionali degli Istituti scolastici: in mancanza di questa attenzione al dialogo, compie un’azione di mera propaganda politica che con i valori civici e culturali ha poco a che fare.
I toni minatori dell’intervento del Sindaco Gatti, con le sue roboanti minacce di sanzioni amministrative, rischiano di fomentare atteggiamenti contrari a quelli voluti e favorire sterili polemiche che potrebbero creare motivo di scontro tra i genitori: a dieci giorni di distanza dalla sentenza della Corte europea non si sono verificati episodi spiacevoli nelle nostre scuole, quindi il Sindaco Gatti si assume la responsabilità di accendere il fuoco e gettarvi benzina.
Ritengo sia molto più corretto discutere la problematica proposta dalla sentenza con pacatezza e serenità con gli alunni delle nostre scuole, come sicuramente hanno fatto i docenti dei nostri Istituti, e favorire l’approfondimento che continuerà anche nelle famiglie della nostra comunità.
Ho individuato spunti interessanti di riflessione in questi testi:
IL CROCIFISSO CHE NON DISCRIMINA
(…) Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola ambigua, accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni, uno “scandalo” sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione. L’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”). Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi sono all’asta. Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande profeta. Infatti fu proprio l’ideologia più pagana della storia, il nazismo – l’ha ricordato Antonio Socci – a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontarlo. Eppure basta prendere a prestito il lessico familiare di Natalia Ginzburg, ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse: “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli. A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola”. Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno – ateo, cristiano, islamico, ebreo, buddista che sia – si sentirebbe minimamente offeso dal crocifisso. (…)
Marco Travaglio da “Il Fatto Quotidiano” n°38 del 5 novembre 2009
UN CRISTIANESIMO SENZA FEDE
Sì, emerge ormai un cristianesimo senza fede intesa come quella adesione a Gesù Cristo che si traduce in una sequela, in una vita totalmente coinvolta nella sua vita fino, diciamolo chiaramente, alla croce. Ciò che invece conta ed è determinante non è più la sequela – questa faticosa, esigente, perseverante condotta di vita che si vuole secondo il vangelo – bensì il riconoscimento della civiltà cristiana, il saperne leggere e difendere l’eredità storica e culturale, l’esaltazione e la posta in rilievo dei suoi simboli. Non importa più la coerenza tra quel che si vive, personalmente e comunitariamente, e le esigenze poste da Cristo ai suoi discepoli in materia di sessualità, di matrimonio, di capacità di condivisione, di giustizia, di riconciliazione e di pace… in una parola: non si guarda più se in una persona sono presenti quelle “obbedienze” al vangelo che “fanno” il cristiano, nonostante e al di là delle fragilità umane che sempre lo accompagneranno; si guarda invece alla capacità di assumere il cristianesimo come identità culturale, come istanza religiosa nel pluralismo delle fedi, come possibilità di coesione in un mondo frammentario e diviso. (…) Occorre riconoscerlo con franchezza: le tensioni tra chiese e governi si accenderanno sempre più se il principio di laicità sarà minacciato su un versante da un laicismo che non consente alle fedi la manifestazione pubblica e, sull’altro, da una nuova forma di confessionalismo che vorrebbe imporre a una società etnicamente, culturalmente ed eticamente plurale la propria posizione di pensiero e di prassi come esclusiva.
Enzo Bianchi, priore del monastero di Bose, “La differenza cristiana”, Einaudi 2006
LETTERA DI UN VICEPARROCO DI CATANIA
Caro Antonio (il destinatario è il sovrintendente del teatro Bellini, ndr),
ti prego, togli la croce dalla facciata del Teatro Bellini! Non so cosa ne pensano preti e vescovi della tua iniziativa, come dell’altra di consacrare il teatro alla Madonna, ma, conoscendo l’humour clericale, credo che, sotto i baffi, si stiano facendo una bella risata; e anche Cristo, dall’alto dei cieli, vedendosi appeso fra Violetta e Norma stia sussurrando: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. La croce, caro Antonio, non si appende alle pareti; i cristiani sanno che si carica sulle proprie spalle per incamminarsi con essa dietro Gesù Cristo. Il Vangelo è una cosa seria. Un luogo come un teatro, a prescindere da ciò che accade all’interno delle sue mura non è il più adatto per metterne in evidenza le esigenze. Il Crocifisso è il simbolo della fede. Non è un simbolo culturale o un collante di identità etniche e nazionali. Ridurlo a questo vuol dire depauperarlo, svuotarlo, impoverirlo di significato; ed è quello che è esattamente avvenuto: abbiamo aule scolastiche e aule di tribunali piene di crocifissi appesi al muro e vuote di cristiani, veri ed autentici… Per favore, togli Cristo dai muri del teatro! Credimi! Non è a suo agio! Con cordialità!
Salvatore Resca, vice parroco della parrocchia “Santi Pietro e Paolo”